Era stesa sul marciapiede, tremando — e in quella notte ho smesso di pensare solo a me stessa
Era lì, piena di sangue sul marciapiede freddo di via Piave, che tremava ogni volta che una macchina passava. Aveva il pelo arruffato e il respiro corto, quasi fischiante, e io tenevo il cellulare in mano, pronta a chiamare qualcuno — ma chi? Il fiato le usciva a piccoli sbuffi caldi, mischiato all’odore forte del suo pelo bagnato di pioggia e di paura. La gente intorno guardava senza fermarsi. Sentivo il battito del mio cuore accelerare mentre, a sorpresa, mi chinavo per toccarla. Il sangue le incrostava la zampa, ma non sembrava ossa rotte. Forse era stata investita. O forse, più semplicemente, era solo stanca di vivere. E io, proprio io che avevo sempre evitato tutto ciò che implicasse amore o attaccamento, mi sono ritrovata con quella cucciola meticcia tra le braccia, a gridare ai passanti se qualcuno avesse un’auto per portarla dal veterinario. Una signora anziana mi fissava, scuotendo la testa. E una giovane mamma passava oltre, guardando il telefono.