Quando mia nuora mi ha detto che aspettava il quarto figlio, ho capito che la mia pensione non bastava più a salvare tutti
«È incinta di nuovo.»
Quando Riccardo me l’ha detto, era appoggiato allo stipite della porta della cucina con la sigaretta spenta tra le dita. Nemmeno mi guardava in faccia. Sul tavolo c’erano le bollette, la lista della spesa e la mia busta della pensione appena ritirata.
Per un attimo ho pensato di aver capito male.
«Chi è incinta?» ho chiesto, anche se lo sapevo già.
Lui ha alzato le spalle. «Serena. Di quattro mesi, pare.»
Da camera da letto è arrivato il pianto di Anita, la più piccola, due anni appena. In salotto, Tommaso e Ginevra litigavano per il telecomando. La televisione urlava un cartone animato, il sugo stava attaccandosi alla pentola e io sentivo il petto chiudersi come se qualcuno mi avesse messo un peso sopra.
«Di quattro mesi?» ho ripetuto. «E me lo dici così?»
Riccardo ha fatto quella faccia che conosco da quando era adolescente. Quella di chi aspetta che qualcun altro risolva il problema al posto suo.
«Che dovevo fare, mamma? È successo.»
È successo.
Come se un bambino fosse una perdita d’acqua dal lavandino. Come se bastasse chiamare qualcuno e aspettare.
Ho sessantotto anni e vivo in un trilocale alla periferia di Bologna. L’appartamento è mio e di mio marito Franco, morto otto anni fa. Lo abbiamo comprato dopo una vita di sacrifici: lui in officina, io per trent’anni in una mensa scolastica. Pensavamo che almeno la vecchiaia sarebbe stata tranquilla. Una cucina luminosa, qualche gita al mare, i nipoti la domenica. Franco diceva sempre: «Quando saremo vecchi, finalmente dormiremo fino a tardi.»
Io ormai non dormivo più di quattro ore per notte.
Riccardo era tornato da me tre anni prima con Serena e il loro primo figlio. Avevano perso la casa in affitto perché lui aveva smesso di lavorare in un magazzino. Diceva che il capo lo sfruttava, che l’ambiente era tossico, che avrebbe trovato di meglio. All’inizio gli ho creduto. Era mio figlio, del resto.
Poi è arrivato Tommaso, poi Ginevra, poi Anita.
Nel frattempo Riccardo ha cambiato due lavori, o meglio, li ha iniziati e mollati. Un mese dal muratore, dieci giorni in un bar, qualche consegna fatta con lo scooter di un amico. Sempre una scusa. Sempre qualcuno che ce l’aveva con lui.
Serena faceva qualche ora di pulizie, quando riusciva. Ma con tre bambini piccoli e nessuno che li tenesse, spesso saltava tutto. E allora pagavo io: il latte, i pannolini, le scarpe, la mensa, il gas. Anche la visita dal dentista di Tommaso, perché Riccardo aveva detto che quel mese non poteva.
Quale mese poteva, però?
La sera della notizia della gravidanza Serena è uscita dalla camera con gli occhi gonfi. Aveva in mano un fazzoletto tutto accartocciato.
«Non volevo dirtelo così,» mi ha detto piano. «Avevo paura.»
Mi sono sentita cattiva, perché la prima cosa che ho provato non è stata tenerezza. È stata paura. Paura vera. Ho guardato la sua pancia ancora piatta e ho pensato al frigorifero che già svuotavamo in due giorni, ai letti improvvisati, ai giocattoli sotto i piedi, alle medicine di cui avevo bisogno anch’io ma che rimandavo di comprare.
«Serena, qui non ci stiamo già adesso.»
Lei ha abbassato la testa. Riccardo ha sbuffato.
«E allora? Vuoi che lo buttiamo via?»
Mi sono girata verso di lui così in fretta che la sedia ha strisciato forte sul pavimento.
«Non dire una cosa del genere. Non mettermi in bocca parole che non ho detto.»
Lui si è irrigidito. «Ah, quindi il problema sono io come sempre.»
«Il problema è che hai trentotto anni, Riccardo. Hai tre figli, un quarto in arrivo e non paghi una bolletta da quasi un anno.»
Serena ha cercato di intervenire. «Carmela, ti prego… non davanti ai bambini.»
Ma i bambini erano già zitti. Tommaso ci guardava dal corridoio, immobile, con una macchinina senza una ruota in mano. Aveva sette anni e quello sguardo troppo serio che mi spezzava il cuore.
Quella notte ho dormito sul divano. Non perché non avessi un letto, ma perché nella mia stanza Serena e Anita dormivano da mesi. Anita si svegliava spesso e Serena diceva che vicino a me era più tranquilla. Io avevo ceduto anche quello, il mio angolo.
Alle cinque del mattino ero già in piedi. Ho preparato sei tazze di latte, ho fatto vestire i bambini, ho cercato un calzino di Ginevra sotto il divano. Riccardo dormiva. Serena aveva la nausea e stava chiusa in bagno.
Quando finalmente lui è entrato in cucina, erano quasi le undici. Si è versato il caffè senza dire una parola.
«Oggi vai al centro per l’impiego?» gli ho chiesto.
«Sì, dopo.»
«Dopo quando?»
Ha sbattuto il cucchiaino sul lavello. «Mamma, basta starmi addosso. Non sono un ragazzino.»
Quella frase mi ha fatto male più di quanto voglia ammettere. Perché era proprio lì il punto: non era un ragazzino. Eppure ero io che lavavo i suoi piatti lasciati sul tavolo, io che chiamavo il pediatra, io che mettevo da parte cinquanta euro per la bombola del gas.
Due settimane dopo ho trovato nella cassetta della posta un avviso di pagamento del condominio. Quattrocentottanta euro arretrati. Riccardo mi aveva detto che se ne sarebbe occupato lui, usando dei soldi prestati da Serena’sorella. Non era vero. Quei soldi erano finiti, non ho nemmeno voluto sapere dove.
Sono entrata in casa con il foglio stretto nel pugno. Lui era sul divano con il telefono. I bambini mangiavano biscotti prima di cena.
«Mi spieghi questa?»
Riccardo ha guardato l’avviso e poi me. «Lo pago appena posso.»
«Con cosa?»
Silenzio.
«Con cosa, Riccardo?»
Serena è uscita dalla camera, pallida. «Non urlare, Carmela.»
«Non sto urlando. Sto cercando di capire come facciamo. La mia pensione è di millecento euro. Tra spesa, bollette, medicine e condominio non resta niente. Niente.»
Lui si è alzato di scatto. «Tu ci rinfacci tutto. Se ci fai pesare così tanto stare qui, ce ne andiamo.»
Mi è venuto quasi da ridere, ma era un riso brutto, stanco.
«Andate dove?»
Riccardo ha aperto la bocca, poi l’ha richiusa.
Ho guardato mio figlio e in quel momento ho visto il bambino che portavo al parco con il pallone sotto il braccio. Ho ricordato Franco che gli insegnava ad andare in bicicletta. Mi sono chiesta dove avevamo sbagliato. Forse l’avevamo protetto troppo. Forse, ogni volta che lo salvavo, gli insegnavo che poteva cadere senza farsi male.
Ma davanti a me non c’era più quel bambino.
Ho preso fiato.
«Avete sessanta giorni. Non vi sto buttando per strada, e non abbandonerò mai i miei nipoti. Però da domani tu vai al centro per l’impiego. Ogni giorno cerchi lavoro. Serena riposa e si occupa della gravidanza, ma appena starà meglio vedremo come organizzarci. Io posso aiutare con i bambini in certi orari, non ventiquattr’ore su ventiquattro. E le spese devono essere chiare, scritte. Se non cambia niente, dovrete trovare un’altra sistemazione.»
Serena ha pianto in silenzio. Riccardo mi ha detto: «Sei diventata egoista.»
Forse sì. O forse, per la prima volta, stavo cercando di non sparire completamente dentro i problemi di mio figlio.
Quella sera Tommaso mi ha chiesto sottovoce: «Nonna, papà va via?»
L’ho abbracciato forte. «Papà deve imparare a stare vicino a voi nel modo giusto.»
Non so se Riccardo cambierà. Non so se avrò davvero la forza di rispettare quel limite quando vedrò i bambini piangere. Ma so che l’amore non può essere una pensione da dividere fino all’ultimo euro.
Secondo voi, una madre deve continuare ad aiutare anche quando si sta consumando? O a un certo punto dire basta è l’unico modo per salvare davvero un figlio?