Ho spostato mia madre in un monolocale per non perdere mio marito, ma da quel giorno non riesco più a guardarlo allo stesso modo
«O tua madre se ne va entro domenica, oppure me ne vado io. E stavolta non torno, Chiara.»
Mio marito Matteo era in piedi davanti al tavolo della cucina, ancora con la camicia da ufficio addosso e la cravatta allentata. Aveva le mani appoggiate allo schienale della sedia così forte che gli si erano sbiancate le nocche.
Dalla stanza accanto arrivava il rumore basso della televisione. Mia madre, Teresa, guardava un quiz senza capirne davvero le domande. Da mesi aveva il Parkinson e dopo una caduta in bagno non riusciva più a stare da sola nemmeno per poche ore.
Io ero lì, con il mestolo in mano e il sugo che si attaccava alla pentola.
«Parla piano», gli dissi. «Ti sente.»
Matteo rise, ma senza allegria. «Certo che sente. Sente tutto quando le conviene.»
Quella frase mi entrò nello stomaco come una cosa fredda. Mia madre non era perfetta, non lo era mai stata. Aveva sempre avuto un carattere duro, un modo di giudicare che faceva male. Ma in quel momento era una donna di settantasei anni, tremante, spaventata dalla propria mano che non riusciva più a portare un bicchiere alla bocca.
Quando l’avevo portata da noi, tre mesi prima, Matteo non aveva detto di no. Aveva sospirato e aveva risposto: «Per qualche settimana, Chiara. Finché non troviamo una soluzione.»
Io avevo annuito. Credevo davvero che sarebbe stato solo per poco.
Mamma viveva al quarto piano di una palazzina vecchia, senza ascensore, alla periferia di Bologna. Dopo la caduta era rimasta per terra quasi due ore. Era stata la vicina, la signora Daniela, a sentirla battere sul termosifone con una scarpa. Quando sono arrivata, mamma piangeva in silenzio sul pavimento freddo, con la guancia schiacciata sulle mattonelle.
«Non chiamare Matteo», mi aveva detto subito. «Non voglio dare fastidio.»
E io mi ero sentita una figlia orribile. Perché il primo pensiero che avevo avuto era stato proprio Matteo. La sua faccia. Le sue proteste. I conti da rifare.
Avevamo un appartamento di ottanta metri quadri, un mutuo ancora lungo, nostra figlia Alice di quattordici anni e una sola stanza libera che usavamo come studio e deposito. In due giorni l’avevo svuotata. Avevo venduto una vecchia libreria, spostato scatoloni in cantina, comprato un letto singolo usato da una collega.
Mamma arrivò con due valigie, il cappotto beige e una busta piena di medicine.
All’inizio Matteo cercò di essere civile. Le portava il tè, le chiedeva se avesse bisogno di qualcosa. Ma bastavano piccole cose per farlo irrigidire. Il bastone lasciato in mezzo al corridoio. L’odore delle minestre. La televisione accesa alle sei del mattino. Le sue domande ripetute.
«Matteo, hai preso il pane?»
«Sì, Teresa. Te l’ho detto dieci minuti fa.»
«Ah. Scusami.»
Poi arrivarono le frecciate. Mamma le lanciava quasi senza accorgersene, con quel tono che conoscevo da tutta la vita.
«Ai miei tempi un uomo non rientrava alle otto di sera e pretendeva anche la cena pronta.»
Matteo si chiudeva la bocca, guardava me e non rispondeva. Io avrei dovuto fermarla. Lo so. Ma ogni volta mi sembrava di dover scegliere tra proteggerla e tradirla.
La verità è che non avevo mai smesso di cercare la sua approvazione. Neppure a quarantasei anni.
Una sera Alice scoppiò a piangere. Era seduta sul letto, il telefono in mano, e non voleva più andare a danza.
«Non ne posso più, mamma. Non si può mai parlare. Non si può ridere. Papà sta sempre nervoso e la nonna mi chiede cinque volte dove vado.»
Le accarezzai i capelli, ma non seppi cosa dirle. Perché aveva ragione.
Anche io ero sempre nervosa. Lavoravo in un supermercato con un contratto part-time, correvo a casa, preparavo da mangiare, lavavo mamma, controllavo le pastiglie, ascoltavo Matteo lamentarsi delle spese. Il fisioterapista costava. I pannoloni costavano. Il taxi per le visite costava. E la pensione di reversibilità di mamma bastava appena per le bollette della sua casa, che intanto restava chiusa e umida.
Matteo diceva che non era solo una questione di soldi.
«Non esisto più in questa casa», mi urlò quella sera in cucina. «Tua madre decide gli orari, l’umore, perfino quando possiamo stare in silenzio. E tu le permetti tutto.»
«Non le permetto tutto. È malata.»
«Essere malata non le dà il diritto di distruggere noi.»
Avrei voluto dirgli che non era lei a distruggerci. Che forse noi eravamo già fragili, solo che non ce n’eravamo accorti. Ma mi uscì soltanto: «Non posso buttarla fuori.»
«Io non ti sto chiedendo di buttarla fuori. Ti sto chiedendo di trovare un posto adatto. Una struttura, una badante, un appartamento vicino. Qualcosa.»
«Con quali soldi?»
Lui abbassò lo sguardo per un attimo. Poi pronunciò quell’ultimatum.
Non dormii per tre notti. Mamma tossiva dietro la parete. Matteo dormiva sul divano. Alice camminava in punta di piedi come se in casa ci fosse un funerale.
Alla fine trovai un monolocale al piano terra, a dieci minuti da noi. Era piccolo, con i mobili vecchi e una cucina stretta dove in due non ci si passava. Costava seicentocinquanta euro al mese, più le spese. Il proprietario, il signor Gabriele, voleva tre mensilità anticipate.
Usai i risparmi che tenevo da anni per l’università di Alice. Mi ripetevo che li avremmo rimessi da parte. In qualche modo. Però mentre firmavo il contratto mi tremava la mano.
Quando lo dissi a mamma, lei rimase immobile sulla poltrona.
«Quindi ti libero la casa», disse.
«Non è così. Sarai vicina, verrò ogni giorno. Avrai più tranquillità.»
«Più tranquillità o più solitudine?»
Non seppi rispondere subito. E quel mio silenzio le diede la risposta peggiore.
Il giorno del trasloco pioveva. Matteo aveva preso un furgoncino e caricava le sue cose senza parlare. Mi aiutò, questo sì. Montò perfino le sponde al letto e controllò che il bagno avesse il tappetino antiscivolo.
Ma quando mamma entrò nel monolocale, guardò la finestra bassa che dava sul cortile e mi afferrò il polso.
«Chiara, io ho fatto qualcosa di così grave?»
Mi si spezzò il fiato.
«No, mamma. No. È solo che dobbiamo trovare un equilibrio.»
Lei lasciò la presa piano. «L’equilibrio è quando tutti stanno in piedi. Io invece vi faccio cadere.»
Quella sera tornai a casa e Matteo mi abbracciò in corridoio. Era la prima volta dopo settimane. Avrei dovuto sentirmi sollevata. Invece rimasi rigida, con le braccia lungo i fianchi.
Da allora vado da mamma ogni mattina prima del lavoro e quasi tutte le sere. Le porto la spesa, le preparo le pastiglie, le faccio compagnia. Alice qualche volta viene con me, ma la vedo a disagio. Matteo non mi impedisce di andarci. Anzi, dice che adesso va meglio.
Forse è vero. In casa c’è di nuovo silenzio. Possiamo cenare senza litigare. Alice ha ripreso danza. Matteo dorme nel nostro letto.
Ma io lo guardo e penso a quella domenica. Alla facilità con cui ha messo me davanti a una scelta impossibile. Penso anche a me, che ho scelto il compromesso e ho lasciato mia madre in una stanza che non è casa sua.
Non so se Matteo sia stato crudele o semplicemente sincero su un limite che io non volevo vedere. So solo che da quel giorno qualcosa tra noi si è raffreddato, e non basta una cena tranquilla per scaldarlo.
Voi al mio posto cosa avreste fatto? Si può salvare un matrimonio senza far sentire una madre malata come un peso da spostare?