Quando mia figlia mi ha detto che partiva, ho capito che non potevo più restare nella casa di mia suocera
«Questa gonna è troppo corta per andare a Bologna da sola.»
Mia suocera, Teresa, aveva le mani immerse nel lavello e parlava senza nemmeno guardare mia figlia. Giulia era ferma in mezzo alla cucina, con un sacchetto della spesa ancora in mano. Aveva ventidue anni, una laurea appena finita e un contratto di tirocinio in una casa editrice. Sarebbe partita dopo dieci giorni.
«Non vado in guerra, nonna. Vado a lavorare», ha risposto piano.
Teresa ha fatto quel rumore con la lingua che conoscevo troppo bene. Quello che faceva quando, secondo lei, qualcuno diceva una sciocchezza.
«Una ragazza perbene non vive da sola. E poi con quello stipendio? Torni qui dopo un mese, vedrai.»
Ho guardato mio marito, Paolo. Era seduto al tavolo con il giornale aperto e gli occhiali bassi sul naso. Non ha detto niente. Ha solo girato pagina.
In quel gesto, così piccolo e così vile, mi si è chiuso qualcosa nello stomaco.
Per diciannove anni Paolo aveva girato pagina ogni volta che sua madre decideva per noi. Quando Teresa aveva scelto le tende del salotto perché le mie erano «da pensione». Quando aveva buttato via le mie piante dal balcone dicendo che attiravano insetti. Quando entrava in camera nostra senza bussare, anche la domenica mattina. Quando controllava quanto pane compravo, quanto detersivo usavo, perfino come piegavo gli asciugamani.
«Tua madre ha ragione, non farne una tragedia», mi diceva Paolo.
Io non ne facevo una tragedia. La tragedia la tenevo dentro, giorno dopo giorno, mentre imparavo a non rispondere.
All’inizio Teresa non viveva con noi. Abitava al piano di sopra, nello stesso palazzo di Torino dove Paolo era cresciuto. Aveva le chiavi di casa nostra “per le emergenze”. Le emergenze, a quanto pare, erano molto frequenti: una macchia sul divano, un sugo fatto troppo liquido, Giulia con la febbre, io che rientravo tardi dal lavoro.
All’epoca lavoravo in una piccola agenzia di viaggi vicino a Porta Susa. Mi piaceva. Non guadagnavo molto, ma avevo colleghe, clienti che mi salutavano per nome, una scrivania mia. Poi è nata Giulia e Teresa ha iniziato a ripetere che una madre vera non lascia una neonata agli estranei.
Paolo non mi ha obbligata a dimettermi. Sarebbe stato quasi più semplice. Mi ha detto: «Fai come credi, però mamma potrebbe darci una mano se restassi a casa. E poi con il mio stipendio ce la facciamo.»
Ce la facciamo. Quante donne hanno sentito questa frase e hanno capito, troppo tardi, che significava: tu dipendi da me?
Sono rimasta a casa. All’inizio pensavo fosse per pochi mesi. Poi sono diventati anni. Teresa ha cominciato ad avere problemi alle ginocchia e, dopo la morte di mio suocero, Paolo ha insistito perché venisse a vivere con noi. Diceva che era temporaneo.
Sono passati dodici anni.
La casa era intestata a Paolo, ereditata dai suoi genitori. Io contribuivo come potevo: pulizie in due appartamenti, ripetizioni ai bambini del quartiere, qualche lavoretto al computer per una conoscente. Soldi che sparivano tra bollette, spesa e necessità di Giulia. Ogni volta che pensavo di cercare un lavoro vero, Teresa trovava il modo di ricordarmi che senza di loro non ero nessuno.
«Alla tua età chi vuoi che ti prenda?» diceva, mescolando il minestrone.
Avevo quarantasei anni. Non ero finita. Ma a forza di sentirtelo dire, inizi a camminare come se lo fossi.
La sera in cui Giulia mi ha detto che aveva firmato il contratto per una stanza a Bologna, siamo rimaste sole in camera sua. C’erano scatoloni ovunque e l’odore del nastro adesivo mi dava quasi la nausea.
«Mamma, vieni con me.»
Ho sorriso, pensando scherzasse.
«Giulia, ma cosa dici?»
Lei mi ha guardata con quegli occhi scuri che, da piccola, abbassava ogni volta che Teresa la rimproverava per qualcosa che non aveva fatto.
«Non dico che devi venire a vivere nella mia stanza. Dico che devi andare via da qui. Trova qualcosa. Torna a lavorare. Io non posso partire sapendo che rimani sola con loro.»
“Loro.” Non ha detto nonna e papà.
Mi sono seduta sul suo letto. Avevo le mani fredde.
«Tuo padre non è cattivo», ho mormorato.
«No, mamma. È peggio in un certo senso. Guarda e basta.»
Quelle parole mi hanno fatto male perché erano vere. Paolo non urlava, non mi insultava. Evitava. Se Teresa mi umiliava davanti agli altri, lui cambiava discorso. Se provavo a parlargli, diceva che ero nervosa. Se piangevo, mi lasciava sfogare e il giorno dopo si comportava come se niente fosse successo.
Due giorni dopo ho trovato nella borsa di Giulia una busta con tremila euro. Erano i soldi che avevo messo da parte in segreto negli ultimi cinque anni. Banconote nascoste tra vecchie ricevute, piccoli risparmi tolti a me stessa. Avevo pensato di usarli per lei, nel caso avesse avuto bisogno.
Lei era in soggiorno. Teresa guardava un programma del pomeriggio, Paolo dormiva sulla poltrona.
Ho preso la busta e sono andata da mia figlia.
«Li hai trovati?» mi ha chiesto.
Ho annuito.
«Sono per te.»
Giulia ha scosso la testa. «No. Sono per te. Io lavorerò. Tu invece devi cominciare.»
Quella notte non ho dormito. Sentivo Teresa tossire nella stanza accanto, il frigorifero che partiva, Paolo respirare pesante vicino a me. Ho pensato a quanto mi spaventava andarmene: l’affitto, i documenti, la ricerca di un lavoro, le persone che avrebbero parlato. Perché in un palazzo tutti sanno e tutti giudicano. “Ha lasciato il marito alla sua età.” “Povera Teresa, con tutto quello che ha fatto per loro.”
Ma poi ho pensato a Giulia sul treno, con una valigia e la sua vita davanti. E ho capito che non potevo chiederle di essere coraggiosa se io continuavo a insegnarle la paura.
La mattina della sua partenza, Teresa le ha detto: «Quando ti stanchi di fare la donna moderna, qui un piatto di minestra lo trovi.»
Giulia non ha risposto. Mi ha abbracciata forte, così forte che mi è mancato il fiato.
«Promettimelo», mi ha sussurrato.
Non le ho promesso niente. Le ho detto soltanto: «Aspettami.»
Quella sera Paolo mi ha trovata in cucina con una valigia aperta. Dentro c’erano poche cose: due maglioni, i documenti, le fotografie di Giulia bambina, il mio curriculum stampato male e quella busta di soldi.
«Che stai facendo?» ha chiesto.
Teresa era sulla porta. Aveva già capito tutto.
«Vai via? E dove pensi di andare, sentiamo?»
Mi tremavano le gambe, ma non la voce.
«Non lo so ancora. Però non resto qui.»
Paolo si è passato una mano sul viso. «Marina, non esagerare. Ne parliamo domani.»
Per la prima volta non ho aspettato il domani.
«È da diciannove anni che aspettiamo domani, Paolo.»
Ho dormito da mia sorella Antonella. Il giorno dopo ho chiamato un’agenzia interinale. Non avevo un piano perfetto, né una casa mia, né certezze. Avevo paura, tanta. Però avevo fatto il primo passo fuori da quella porta.
Forse non si ricomincia quando sparisce la paura. Forse si ricomincia proprio mentre ti trema tutto.
Voi al mio posto sareste andati via? E quanto silenzio può sopportare una persona prima di smettere di riconoscersi?