A sedici anni sono rimasta incinta, lui è sparito e adesso vuole fare il padre di mia figlia

«Non dire una parola, mamma. Ti prego, fammi finire.»

Avevo le mani gelate e il test di gravidanza nascosto nella tasca del giubbotto. Mio padre era seduto a tavola con il telegiornale acceso, il sugo ancora sul fuoco, l’odore della cipolla in cucina. Una sera normalissima. Fino a quando ho tirato fuori quel bastoncino e l’ho appoggiato accanto al cestino del pane.

Mia madre l’ha guardato, poi ha guardato me.

«No.»

Solo quello. No.

Mio padre invece non ha parlato subito. Si è tolto gli occhiali piano, come faceva quando stava per arrabbiarsi davvero. «Chi è stato?»

Avevo sedici anni. Ero terrorizzata. Ma la cosa peggiore non è stata la paura. È stato il silenzio dopo che ho detto il nome di Davide. Un ragazzo di diciannove anni che fino a due settimane prima entrava in casa nostra, salutava educatamente, portava le paste la domenica. Mio padre si è alzato di colpo. Mia madre si è seduta.

«Tu domani non esci,» ha detto lui.

«Papà…»

«Tu domani non esci!»

Davide è sparito il giorno dopo. All’inizio messaggi letti e niente risposta. Poi telefono spento. Poi sua madre che mi diceva dalla porta, senza farmi entrare: «Mio figlio è confuso, dagli tempo». Tempo. Come se dentro di me non stesse già iniziando qualcosa che non poteva aspettare nessuno.

Nel quartiere la voce si è sparsa subito. Abitiamo in una cittadina di provincia dove la gente ti saluta e intanto ti misura la vita addosso. Al bar abbassavano la voce quando passavo. Le amiche di mia madre le dicevano che dovevo “pensarci bene”, che “ero ancora in tempo”. Una vicina una volta mi ha accarezzato il braccio e mi ha sussurrato: «Che peccato, eri una ragazza così studiosa».

Come se fossi morta.

Io invece sentivo che quella bambina era già viva in un modo che non so spiegare. Avevo paura, sì. Tantissima. Ma quando mia madre mi ha portata in consultorio e mi ha chiesto a denti stretti: «Sei sicura? Perché dopo non si torna indietro», io ho risposto di sì.

Lei ha chiuso gli occhi un secondo. «Allora si fa. Ma non pensare che sarà facile.»

Non lo è stato per niente.

Mio padre per mesi quasi non mi ha rivolto la parola. In casa si sentivano solo rumori: piatti appoggiati forte, porte chiuse, sedie spostate. Io mangiavo in fretta e tornavo in camera. A volte lo sentivo discutere con mia madre la notte.

«L’hai protetta troppo.»

«È nostra figlia, Franco.»

«E io dovrei crescere il figlio di uno scappato?»

Quando è nata mia figlia, l’ho chiamata Giulia. Piccola, rossa in faccia, con un pianto rabbioso che sembrava dire: ci sono anch’io. Mia madre era in ospedale con me. Mio padre no. Però il terzo giorno è arrivato con una busta di body minuscoli, tutti piegati male. Non mi ha guardata. Ha guardato la bambina.

«Ha il tuo naso,» ha detto.

È stata la sua maniera goffa di rientrare.

I primi anni li abbiamo tirati avanti così. Io finivo la scuola tra assenze, notti in bianco e compiti fatti sul tavolo della cucina. Mia madre teneva Giulia quando poteva, ma me la faceva pesare, e forse aveva anche ragione.

«Io lavoro tutto il giorno, Serena. Non sono una bambinaia.»

«Lo so.»

«No, non lo sai, sennò non lasceresti i biberon nel lavello.»

Poi però la sera la trovavo addormentata sul divano con Giulia sul petto, la testa storta, la televisione accesa piano. E capivo tutto quello che non riusciva a dire bene.

Adesso ho ventitré anni. Studio Scienze dell’educazione all’università, faccio turni in una pizzeria vicino alla stazione e corro sempre. Corro per prendere l’autobus, per arrivare all’asilo in tempo, per non perdere gli appelli, per pagare le bollette. Ci sono mesi in cui faccio i conti al centesimo e se si rompe la lavatrice mi viene da piangere prima ancora di cercare un tecnico.

Giulia invece cresce. Fa domande. Troppe, giuste.

«Mamma, ma io ce l’ho un papà?»

Io le ho sempre detto la verità, quella adatta alla sua età. «Sì, ce l’hai. Ma non c’è stato.»

Due mesi fa qualcuno ha bussato alla porta mentre stavo preparando la cena. Ho aperto e mi si è stretto lo stomaco come sette anni prima.

Davide.

Più magro, barba fatta male, una cartellina in mano. Sembrava agitato, ma non abbastanza per tutto quello che aveva lasciato dietro.

«Ciao, Serena.»

Non rispondevo. Sentivo il sugo sobbollire e mia figlia cantare in cameretta.

«Posso parlarti? Solo cinque minuti.»

«Sette anni e adesso vuoi cinque minuti?»

Lui ha abbassato gli occhi. «Lo so. Ho fatto schifo. Però voglio fare le cose come si deve. Riconoscere Giulia. Versare quello che devo. Essere presente, se me lo permetti.»

In quel momento è arrivata mia madre dal corridoio. Si è fermata, l’ha visto e ha detto solo: «Tu qui no.»

Lui non si è mosso. «Signora, io capisco…»

«No, non capisci niente. Quando mia figlia partoriva, tu dov’eri? Quando la bambina aveva la febbre a quaranta, dov’eri? Quando non avevamo i soldi per i libri, dov’eri?»

Io tremavo. Non di paura. Di rabbia, forse. O di stanchezza accumulata per anni.

Davide ha tirato fuori dei fogli. Ha parlato di avvocato, riconoscimento, mantenimento arretrato, responsabilità. Tutte parole giuste. Troppo giuste. Quasi pulite. Ma la mia vita non è stata pulita. È stata un casino, ecco.

Da allora insiste. Mi scrive. Chiede di vedere Giulia. Dice che è cambiato. Dice che allora era un ragazzo spaventato, che suo padre lo aveva cacciato di casa appena aveva saputo tutto, che si era sentito schiacciato. Una parte di me lo disprezza. Un’altra, controvoglia, ascolta.

Perché Giulia ha diritto a sapere chi è suo padre. Però io ho il terrore che entri nella sua vita come è uscito dalla mia: senza regole, senza delicatezza, facendo saltare l’equilibrio faticoso che abbiamo costruito io e lei, con mia madre sempre in mezzo, dura ma presente.

L’altra sera Giulia ha visto una sua foto sul tavolo. «Chi è?»

Sono rimasta zitta troppo a lungo.

«È il mio papà?»

Ho sentito mia madre fermarsi in cucina. Anche lei aspettava la risposta.

Ho detto sì.

Giulia non ha sorriso. Non si è emozionata come nei film. Ha solo chiesto: «E adesso dove va?»

È questa la domanda che mi toglie il sonno. Se lo faccio entrare, poi dove va? Resta davvero? O ci lascia di nuovo a raccogliere i pezzi?

Sto cercando di capire se sto proteggendo mia figlia o se sto punendo un uomo che è tornato troppo tardi.

Voi al posto mio cosa fareste? Si può chiamare responsabilità, se arriva solo quando il peggio l’hanno già portato gli altri?