Ho smesso di pagare tutto a mio figlio di trentadue anni, e quella domenica ha spaccato la nostra famiglia prima di costringerci a guardarci davvero in faccia
«Allora me li date o no questi soldi per il tagliando?»
Mio figlio Davide non aveva nemmeno aspettato il caffè. Eravamo ancora a tavola, con il sugo sulle stoviglie e l’arrosto che si stava raffreddando nel vassoio. Mio marito Sergio aveva posato lentamente il bicchiere, io avevo sentito un nodo salirmi in gola prima ancora di parlare.
«Davide, basta», gli ho detto. «Non possiamo continuare così.»
Lui ha riso, ma di quella risata nervosa che non ha niente di allegro.
«Basta cosa? Mi serve la macchina per lavorare.»
Sergio è scattato: «Ma quale lavorare? Due settimane al magazzino a Natale, tre consegne a marzo, e il resto del tempo? Il resto del tempo lo passi a dire che stai cercando.»
Davide ha buttato la forchetta nel piatto. Un colpo secco. «Certo, perché per voi sono sempre io il fallito di casa.»
Da fuori arrivavano le campane della chiesa, il rumore di una moto in strada, la vita normale degli altri. Dentro casa nostra, invece, c’erano anni di cose non dette che stavano finalmente uscendo tutte insieme.
Viviamo in un appartamento nostro, sopra il negozio chiuso di un vecchio ferramenta, in una cittadina dove tutti sanno tutto. Davide ha trentadue anni e dorme ancora nella cameretta con il mobile color noce montato da Sergio quando lui faceva le medie. Ogni mese era la stessa storia: cinquanta euro per la benzina, ottanta per l’assicurazione, venti per una pizza, trenta «che poi te li ridò», soldi per il telefono, per una batteria nuova, per un regalo a una ragazza che dopo due settimane spariva.
Io glieli davo spesso di nascosto da Sergio. Un po’ per quieto vivere, un po’ perché vederlo in difficoltà mi spaccava. Sergio lo scopriva sempre.
«Sei tu che lo rendi debole», mi diceva la sera, a bassa voce, mentre lavavo i piatti.
E io gli rispondevo: «E tu sei troppo duro. Così lo perdiamo.»
La verità? Avevamo torto tutti e due. Io coprivo. Sergio ringhiava. E Davide in mezzo si era accomodato in quella terra molle dove nessuno cresce davvero.
Quella domenica, però, è saltato tutto.
«Se non mi aiutate voi, chi dovrebbe aiutarmi?» ha urlato lui, alzandosi in piedi.
«Tu stesso», ha detto Sergio, senza alzare la voce stavolta. Ed è stato peggio. «Hai trentadue anni, Davide. Non diciassette.»
Lui si è girato verso di me. «E tu? Non dici niente? Tanto lui decide tutto, come sempre.»
Quella frase mi ha colpita più del resto, perché era falsa e vera insieme. In quella casa nessuno decideva davvero. Tappavamo falle. Da anni.
Ho tolto il tovagliolo dalle ginocchia e l’ho appoggiato sul tavolo. Mi tremavano le mani.
«Ascoltami bene», gli ho detto. «Da domani niente più soldi. Niente benzina pagata da noi, niente ricariche, niente uscite, niente tagliando. Il piatto a tavola ce l’avrai sempre. Ma il resto basta.»
Davide è rimasto fermo. Bianco in faccia.
«Mi state cacciando?»
«No», ho risposto subito. «Ti stiamo smettendo di proteggere nel modo sbagliato.»
Lui ha preso la giacca e ha sbattuto la porta così forte che il portafoto del matrimonio si è storto.
Per tre giorni non ci siamo quasi parlati. Lui usciva tardi, rientrava tardi, lasciava le tazze nel lavandino e non salutava. L’aria in casa era pesante, proprio pesante. Io piangevo in bagno per non farmi vedere. Sergio faceva finta di leggere il giornale e invece fissava la stessa pagina per mezz’ora.
Una sera ho sentito Davide parlare al telefono in balcone.
«No, non posso venire fino a Modena se non ho soldi per il gasolio… no, capisco… va bene.»
Quando è rientrato aveva gli occhi lucidi, ma ha tirato dritto.
Dopo una settimana ha venduto i cerchi della macchina che teneva come un tesoro. Dopo dieci giorni ha accettato un turno in una ditta di imballaggi nella zona industriale, tramite un’agenzia interinale che prima snobbava perché «non era il lavoro giusto». Si alzava alle cinque e mezza, imprecava per il sonno, tornava stanco davvero. Non stanco di niente, stanco sul serio.
Le prime sere mangiava in silenzio. Poi ha cominciato a fare domande diverse.
«Papà, secondo te al colloquio conviene dire subito che so usare il muletto anche se ho poca esperienza?»
Oppure: «Mamma, mi aiuti a sistemare il curriculum? Fa schifo, lo so.»
La prima volta che mi ha chiesto aiuto senza chiedermi soldi, sono dovuta andare in bagno a respirare. Mi veniva da piangere e ridere insieme.
Non è diventato un altro uomo in una settimana, eh. Magari. Ha avuto ricadute, nervosismi, un paio di giornate passate a dire che era tutto inutile. Una volta ci ha persino accusati di averlo umiliato apposta.
Sergio gli ha risposto: «No. Ti abbiamo lasciato sentire il peso che sentivamo noi da anni.»
Quella sera Davide non ha replicato. Ha abbassato gli occhi e ha continuato a mangiare.
Dopo due mesi ha trovato un posto più stabile in un consorzio che fa consegne per supermercati. Contratto semplice, niente di speciale, ma fisso. Il primo stipendio non l’ha sventolato. È tornato a casa, ha appoggiato due banconote sul tavolo e ha detto piano: «Per le spese.»
Sergio si è voltato dall’altra parte. Io ho fatto finta di cercare qualcosa nel cassetto perché mi si era stretto tutto dentro.
Non siamo diventati la famiglia perfetta. Ancora oggi ogni tanto punge, ogni tanto riaffiorano rancori vecchi. Però adesso, almeno, quando Davide bussa alla porta della nostra camera non dice più «Mi servono cento euro». Dice: «Posso parlarvi un attimo?» E sembra poco, ma non lo è per niente.
Mi chiedo spesso se dovevamo farlo prima, o se prima non ne saremmo stati capaci noi. Voi al nostro posto avreste avuto il coraggio di dire basta, oppure avreste continuato per paura di perdere un figlio?