Mangia per tre e pensa solo a sé stesso… Non ho marito, ho solo un frigorifero a casa

«Martina! Dove sono i miei pantaloni puliti?» La voce di Gabriele risuona dal corridoio come un tuono. Scuoto il capo, infilando in fretta le mani nel bucato ancora da sistemare, mentre il rumore sordo del frigorifero mi accompagna dalla cucina. Sono le sette del mattino e già mi sento esausta, come se avessi corso una maratona. “Guarda che sono nell’armadio, proprio dove li hai lasciati ieri sera,” rispondo senza staccare gli occhi dai vestiti sporchi di mio figlio Andrea, che oggi deve andare a scuola presto. Ogni mattina qui a Firenze inizia così: caos, richieste, e quella sensazione inesorabile che io sia diventata invisibile.

Lasciando cadere la maglietta ancora umida, guardo Gabriele che si lamenta davanti alla moka, incapace persino di versarsi un caffè. “Non puoi farmelo tu? Devo andare in ufficio presto stamattina,” sbuffa sbattendo la tazza sul bancone. Mia suocera tempo fa diceva che un buon marito si vede da come tratta la moglie a colazione. Peccato che nessuno abbia mai spiegato a Gabriele il significato. “Avresti potuto metterlo su tu mentre io preparavo la colazione ad Andrea,” sospiro, ma le mie parole si perdono tra le pareti ingiallite della cucina, stanche come me.

Andrea tira la tovaglia giocando, il pane cade per terra e Gabriele lancia uno sguardo irritato. “Non potresti tenerlo più calmo di mattina? Mi mette nervoso.” Sento il viso scaldarsi di rabbia e impotenza, ma la ingoio come sempre. Ho imparato a mettere pace: tra urla, piatti da lavare e la paura che un giorno Andrea capirà che sua mamma è solo l’ombra di se stessa.

Quando Gabriele esce sbattendo la porta, rimango un istante in ascolto del silenzio. Sul tavolo restano briciole, lattine di birra della sera prima e la lista della spesa che mi ha lasciato. “Prosciutto, mozzarella, torta della nonna, prendi la birra buona”. Nessuna voce per me. È sempre così: lui mangia per tre, sprofonda sul divano davanti alla tv e io quasi dimentico il sapore delle cose semplici che amavo. Una volta, quando ci siamo conosciuti all’università, pensavo che i problemi si potessero risolvere insieme. Oggi so che la parola insieme ha lasciato posto al verbo servire.

Dopo aver lasciato Andrea a scuola, torno a casa. Apro il frigorifero per vedere cosa posso cucinare, ma mi sento come se la mia vita si fosse ristretta proprio lì dentro: verdure tristi, avanzi da riscaldare, tutto pensato per i gusti di Gabriele. Non ricordo l’ultima volta che ho cucinato qualcosa solo per me. Salgo sul balcone, aspetto che mi scivoli addosso il sole gentile di maggio sopra i tetti. Le mie amiche mi chiamano poco, si sono tutte sistemate o fuggite altrove. Una volta ho provato a confidarmi con mia madre, ma lei mi disse solo: “Resisti, così fanno tutti. Gli uomini italiani sono fatti così.”

Durante il pranzo litighiamo spesso. Gabriele torna già affamato. “Cosa c’è da mangiare oggi? Spero qualcosa di sostanzioso…” Si piazza a tavola, aspettava me, come se mio unico compito fosse riempirgli il piatto e ascoltare i suoi problemi d’ufficio. Appena Andrea fa un po’ di rumore, l’espressione di Gabriele si fa scura: “Puoi almeno educarlo che io pago le bollette?” “E io?” domando piano, ma lui non sente. Quel giorno la discussione degenera. “Tu non lavori, che fatica vuoi capire tu!” Il cucchiaio mi cade di mano, e per la prima volta non riesco a trattenere le lacrime. “Pensi che questo non sia lavoro? Sai quanto pesa essere sempre qui, essere tutto senza ricevere mai nulla?”

Andrea mi guarda con occhi grandi, spaventati. Mi sento in colpa, ma che colpa ho io se sto annegando?

Passano i giorni, e io vado avanti come un automa, tra supermercato, medicina per la tosse di Andrea, bollette da pagare e un marito che inghiotte cena su cena senza mai dire grazie. La notte mi sveglio spesso, guardo il soffitto e nelle sue fenditure rivedo i miei sogni dimenticati, i viaggi mai fatti, le lezioni di pittura lasciate da parte. Sento la voce di Gabriele che russa e mi domando se il vero problema sono io, se sono diventata trasparente a forza di dare.

Domenica la sua famiglia viene a pranzo. Sua madre mi guarda dall’alto in basso, critica la mia pasta al forno. “Mia cara, quando io ero giovane dovevo fare molto di più, altro che lamentarmi…” Sorrido a denti stretti, vorrei alzarmi e gridare. Anche mio padre, quando era vivo, diceva sempre che una donna si misura da quanta felicità crea in casa. Ma nessuno ti insegna a essere felice tu stessa.

Una sera, Gabriele torna tardi, l’alito sa di vino e non si scusa neanche. Mi siedo di fronte a lui, lo guardo svuotare il frigorifero, mangiando quel che trova senza lasciare nulla per Andrea che magari avrà fame dopo il sonno. Gli chiedo: “Ti importa davvero di noi?” Lui ride, non mi guarda nemmeno. “Se non ti piace, la porta è quella,” ripete come se fosse un mantra. “Dove vuoi andare? Qui hai tutto.” Ma non sa che l’aria qui dentro è così pesante che nemmeno il respiro mi rimane leggero.

Un pomeriggio cerco nel cassetto le vecchie lettere che scrivevo da ragazza. Leggo frasi piene di speranza, sogni di viaggi a Venezia, di una famiglia diversa, dove si parlava e si rideva insieme. Ascolto le risate dei vicini nel cortile e mi chiedo se le donne come me sono tutte così: costrette a sorridere mentre dentro si sgretolano piano. Il telefono squilla: è Anna, la mia amica d’infanzia. “Martina, perché non ci vediamo una sera? Vieni da me, cuciniamo qualcosa insieme.” La voce di Anna mi ridà un filo di voglia di respirare.

Quella sera torno a casa più tardi del solito: sono stata a parlare con Anna fino a notte, ho riso, ho pianto. Quando rientro, trovo Gabriele seduto come un mastino davanti al televisore, il frigorifero vuoto, le briciole ovunque. “Dove eri?” chiede con sguardo spento. Per la prima volta gli mento: “Avevo bisogno di aria.” Sentendomi meno colpevole, mi infilo sotto la doccia e lì finalmente, da sola, mi concedo la libertà di piangere forte, senza vergogna.

Passano i mesi e la situazione in casa peggiora. Andrea inizia a essere nervoso, a scuola dicono che è distratto, che fatica a concentrarsi. Colpa mia? Colpa nostra? Provo a parlarne con Gabriele ma lui scrolla le spalle, dice che sono cose da donne. Inizio a sentire un peso nello stomaco quando vedo il frigorifero: ogni volta che lo apro sento il rumore del vuoto, il riflesso della mia faccia spenta tra i ripiani. È questo che sono diventata? Solo un frigorifero, che si riempie per lui e non per me?

Poi, una notte, Andrea si infila nel mio letto. “Mamma, posso dormire con te? Ho fatto un brutto sogno.” Lo stringo forte, sento il suo respiro farsi calmo, e in quel momento capisco che sono ancora viva, che tutto il calore che cerco negli altri è ancora dentro di me. Mi riprometto che per lui devo trovare la forza. Ma come fare? Dove trovarla?

La mattina dopo guardo Gabriele negli occhi. “O le cose cambiano, o me ne vado,” gli dico, la voce che quasi mi trema. Lui mi ride in faccia: “Smettila di fare la drammatica, queste sono scene da telenovela.” Ma io non mollo. Ogni giorno, a piccoli passi, inizio a uscire un po’ di più, a mettere via qualche euro dal resto della spesa, a parlare di nuovo con Anna e le altre donne che ho trascurato. Capisco che forse la libertà sta nel voler bene a me stessa per prima, anche se il prezzo da pagare è la solitudine e il giudizio degli altri.

Ogni notte, prima di dormire, mi chiedo: “Cos’è un matrimonio se non rimane la complicità, se la casa diventa solo una mensa e tu una cameriera silenziosa?” Forse la risposta non ce l’ho, ma oggi sento di doverci provare. Per me, e per Andrea. E se fossi anche tu in questa situazione, cosa faresti tu, al posto mio?