Un giorno il sangue di Birillo macchiava la pioggia e non sapevo se avrei mai rivisto i miei figli
La pioggia scrosciava e il selciato di via Tiburtina brillava sotto i fari delle auto quando ho sentito il guaito. Mi sono chinata per vedere meglio e ho visto la zampa di Birillo sporca di sangue, la sua pelliccia bagnata e arruffata che tremava come una foglia. Avevo paura a toccarlo: chissà se era malato, se avrebbe morso. Ma qualcuno urlava da un balcone che era stato investito, che dovevo chiamare i vigili urbani, che non dovevo lasciarlo lì. Ho esitato una frazione di secondo, poi ho infilato la mano sotto il suo petto caldo e umido. E in quel momento ho capito che la mia vita non sarebbe più stata la stessa.
Ero da poco rimasta sola, il mio ex marito aveva trovato un’altra, i miei figli – due gemelli di otto anni – vivevano con lui a Civitavecchia. Passavo le serate a piangermi addosso, ingoiando l’odore di muffa del monolocale e il silenzio rumoroso che mi schiacciava il cuore. Ma Birillo, con quel suo respiro rantolante, mi costrinse a muovermi: la prima notte l’ho passata seduta sul pavimento del bagno, lui appoggiato alle mie gambe, il suo fiato caldo sul polso mentre tremava sotto la coperta della Caritas. Avevo paura che morisse, che mi lasciasse con un altro vuoto, ma la paura era mescolata alla rabbia per la responsabilità improvvisa. Non potevo permettermi un veterinario, ma neanche lasciarlo sanguinare.
Il mattino dopo c’era la pioggia che batteva sulle persiane e io con la testa fra le mani, i capelli che puzzavano di cane bagnato, mentre cercavo su Google una clinica veterinaria che accettasse pagamento a rate. Infilare Birillo in una borsa sportiva, prendere l’autobus 041 perché il regionale era in sciopero, litigare con il controllore che voleva farci scendere perché “i cani non sono ammessi senza guinzaglio e museruola”. Birillo non aveva nulla di tutto ciò. Stringevo forte la borsa, sentivo il suo cuore battere come un tamburo e mi scusavo con lui ad ogni scossone. In clinica, la veterinaria – una donna giovane con le occhiaie e la voce gentile – mi spiegò che la zampa era fratturata. L’intervento costava troppo. “Forse deve pensare se può tenerlo davvero,” mi disse, senza cattiveria. Mi vergognai, ma non risposi.
Quella notte non dormii. L’odore acre di disinfettante e pelo umido sembrava aver invaso tutto il monolocale. Sentivo il respiro di Birillo, più tranquillo, vicino al mio letto. Ho pensato mille volte di riportarlo in strada, di delegare la responsabilità a qualcuno, ma ogni volta che mi avvicinavo alla porta, lui mi guardava con quegli occhi marroni lucidi e pieni di domanda. Il giorno dopo ho deciso: avrei venduto la vecchia collana di mia madre, quella che tenevo come ultimo ricordo buono, per pagare almeno le prime cure.
Con Birillo in convalescenza, ogni mia giornata ruotava attorno a lui. Portarlo fuori, anche se pioveva o tirava la tramontana, diventò la mia nuova routine. All’inizio lo odiavo: mi sentivo in prigione, costretta a uscire quando avrei voluto solo chiudermi in casa. Ma quei giri nel quartiere cambiarono tutto. Al mercato rionale di via Sannio, una mattina Birillo si è liberato dal guinzaglio ed è corso verso una bancarella di frutta, abbaiando impaurito. Ho rincorso il suo odore di terra bagnata tra le cassette di mele, spingendo via la vergogna e le occhiate dei commercianti. Ed è lì che ho rivisto mia figlia Alessia, che non vedevo da mesi. Era venuta a comprare le arance con il padre. All’inizio ha fatto finta di non vedermi, ma Birillo le si è avvicinato, le ha leccato la mano, e lei mi ha guardato, incerta. “È tuo?” ha chiesto. “Sì, l’ho salvato ieri,” ho risposto. Ho visto nei suoi occhi una scintilla, qualcosa di nuovo, forse compassione. Ho promesso a me stessa di non lasciare che mia figlia mi dimenticasse come avevo lasciato andare me stessa dopo il divorzio.
Birillo non era facile. Sporcava in casa, abbaiava ai vicini, il portiere del condominio minacciava di denunciarmi all’amministratore perché il regolamento vietava animali nei piccoli appartamenti. Ho dovuto affrontare l’assemblea condominiale, spiegare la sua storia, chiedere pietà. Ho sentito la voce tremare, l’orgoglio calpestato dalla necessità. Ma per la prima volta ero disposta a lottare. Qualcuno mi ha difesa, altri mi hanno insultata. Ma Birillo era lì, con il suo odore di biscotto e polvere, a ricordarmi che non potevo più permettermi di essere invisibile.
Quando ha iniziato a stare meglio, ho trovato il coraggio di chiamare i miei figli e invitarli per un fine settimana. Ho mentito, dicendo che avevo un nuovo amico “molto speciale”. Quando sono arrivati, timorosi, Birillo li ha accolti scodinzolando, ha annusato le loro mani, li ha fatti ridere con il suo muso storto e la zampa ancora fasciata. Quella sera, dopo cena, ci siamo stretti tutti e tre attorno a lui, sentendo il suo respiro lento e caldo contro le nostre gambe. Per la prima volta da mesi ho sentito la casa piena, anche se sapeva ancora di umido e disinfettante.
Un giorno però, tornando dal lavoro – un contratto part-time in un call center che odiavo – non ho trovato Birillo. La porta era socchiusa, il cuore mi è schizzato in gola. Ho corso per le scale, gridando il suo nome, sotto la pioggia battente. L’ho ritrovato dopo ore, fradicio e tremante, nel cortile di un palazzo vicino, circondato da ragazzi che ridevano e lo spingevano col piede. Ho urlato, mi sono messa in mezzo, pronta a tutto. Loro sono scappati. Ho abbracciato Birillo, la sua pelliccia puzzava di fogna e di paura, ma il calore del suo corpo mi ha sciolto le ginocchia. Piangendo, l’ho riportato a casa. Da quel giorno, non l’ho più lasciato solo nemmeno un minuto.
Eppure la paura di perderlo non mi ha più abbandonata. Un mese dopo, durante una passeggiata al parco, ha avuto una crisi: si è accasciato, il fiato corto, la lingua penzoloni. Ho urlato, supplicato aiuto. Un signore, vedendomi disperata, mi ha accompagnata di corsa al pronto soccorso veterinario. Ore di attesa tra gli odori aspri di disinfettante e paura, nel caldo soffocante della sala d’aspetto. Alla fine, una diagnosi di sofferenza cardiaca: “non sappiamo quanto tempo avrà”. Ho sentito la rabbia salire, la voglia di mollare tutto. Ma guardando Birillo, stremato ma fiducioso, ho deciso che avrei chiesto aiuto.
Quella sera ho chiamato mia madre dopo anni di silenzio, le ho raccontato tutto, dal divorzio alle notti senza sonno. Mi ha ascoltata senza giudicare. È venuta a trovarmi, ha portato dei soldi per le medicine di Birillo, ha cucinato per me e i bambini. Non so se sarei riuscita a ricucire con lei senza quel cane buffo e testardo.
Ora che Birillo dorme accanto a me, il suo pelo ispido che gratta contro la mia gamba, sento la sua presenza come un’ancora. Non mi sento più inutile, nonostante la fatica. Ho dovuto cambiare casa – il nuovo padrone di casa non fa storie per gli animali – e ho lasciato il lavoro al call center per fare la dog sitter: i cani non mi giudicano, mi fanno sentire viva. Ho imparato che la paura di amare non può vietarci di vivere. Eppure, ogni volta che lo guardo addormentato, mi chiedo: sarei mai riuscita a ritrovare il coraggio senza la sua fedeltà? E voi, cosa siete disposti a rischiare per non restare soli?