Mia suocera diceva che non ero abbastanza per suo figlio, e alla fine lui ha scelto di crederle
«Questa casa non è un albergo, Elena. E mia madre non è una domestica.»
Ricordo ancora la faccia di Davide quella sera. Era in piedi davanti al tavolo della cucina, con le chiavi strette nel pugno. Sua madre, Rita, sedeva sul divano come se fosse a casa sua. Anzi, come se casa nostra fosse sempre stata casa sua.
Io avevo appena finito un turno di otto ore al supermercato. Avevo le gambe gonfie, i capelli raccolti male e Sofia, che allora aveva quattro anni, si era addormentata sul tappeto con un pennarello in mano.
Rita aveva detto che il lavello era sporco. Che una donna decente non lasciava i piatti fino al mattino. Che Davide meritava ben altro.
Io avevo risposto, stanca morta: «Se le dà fastidio, nessuno la obbliga a venire tutti i giorni.»
E lui, invece di difendermi, aveva difeso lei.
All’inizio, però, Davide non era così. O almeno io non volevo vedere quanto sua madre fosse già in mezzo a noi.
Ci siamo conosciuti a una festa di paese, vicino a Viterbo. Io ero andata con mia cugina, lui era lì con alcuni colleghi dell’officina. Mi fece ridere subito. Aveva un modo semplice di parlare, senza atteggiarsi. Per mesi mi portò cornetti caldi la domenica mattina e mi aspettava fuori dal supermercato quando chiudevo tardi.
Io venivo da una famiglia modesta. Mio padre era muratore, mia madre faceva pulizie nelle case. Non mi vergognavo di loro, mai. Avevamo poco, ma a tavola non mancava una risata e mia madre riusciva a far sembrare festa perfino una pasta al pomodoro.
Davide era diverso. Suo padre, Enzo, aveva una piccola impresa edile. Rita aveva sempre fatto la signora, come diceva lei. Casa grande, mobili lucidi, pranzi della domenica con tovaglia buona anche se eravamo in quattro.
La prima volta che andai da loro, Rita mi guardò le scarpe. Non ricordo nemmeno cosa indossassi, ma ricordo benissimo il suo sorriso.
«Ah, lavori al supermercato?» mi chiese.
«Sì, al reparto cassa.»
«Be’, almeno sei abituata a stare in mezzo alla gente.»
Davide mi strinse una mano sotto il tavolo. Io finsi di non capire. Che dovevo fare? Avevo venticinque anni, ero innamorata e pensavo che l’amore bastasse a mettere a tacere certe cattiverie.
Quando ci siamo sposati, Rita non ha nascosto il disappunto nemmeno nelle foto. Aveva un vestito color panna e un’espressione da funerale. Durante il pranzo si avvicinò a me e disse piano: «Spero che tu capisca la responsabilità di entrare nella nostra famiglia.»
Le sorrisi, ma mi tremavano le dita attorno al bicchiere.
Davide quella sera mi disse: «Mamma è fatta così. Non darle peso.»
Quella frase è stata la sua risposta per anni. Non darle peso. Non darle peso quando criticava il mio modo di vestire. Non darle peso quando entrava senza suonare perché aveva le chiavi. Non darle peso quando diceva che Sofia era troppo magra perché io non sapevo cucinare, o troppo vivace perché non ero capace di educarla.
Quando rimasi incinta, speravo che qualcosa cambiasse. Davide era emozionato. Mi accarezzava la pancia la sera e diceva che, se fosse stata una femmina, avrebbe avuto i miei occhi.
Rita, invece, commentò: «Una bambina ha bisogno di una madre presente. Non di una che passa la giornata alla cassa.»
Mi sentii piccola. Ero al settimo mese, avevo la schiena a pezzi, eppure continuavo a fare straordinari perché avevamo il mutuo e la macchina da pagare. Davide non disse niente. Guardò il piatto.
Sofia nacque in una mattina di novembre. Quando me la misero sul petto, piansi così forte che l’ostetrica mi accarezzò la testa. Davide piangeva anche lui. In quel momento pensai: siamo una famiglia. Ce l’abbiamo fatta.
Che sciocca, forse.
Nei primi anni con Sofia dormivo pochissimo. Lavoravo, correvo a prenderla all’asilo, facevo la spesa, preparavo cena. Davide tornava nervoso dall’officina e spesso trovava Rita già in casa. Lei aveva sempre qualcosa da riferire: Sofia aveva tossito, io avevo dimenticato una maglietta di ricambio, il frigorifero era poco fornito.
A volte mi sembrava di vivere sotto esame.
«Perché non le dici di smetterla?» chiedevo a Davide, quando finalmente restavamo soli.
Lui si massaggiava le tempie. «Elena, ti prego. Non ricominciamo.»
«Non ricominciamo cosa? Tua madre mi umilia davanti a nostra figlia.»
«Lei vuole solo aiutarci.»
Aiutarci. Anche quella parola è diventata una gabbia.
Poi Davide iniziò a cambiare. Prima furono i silenzi. Tornava tardi, cenava guardando il telefono, non mi chiedeva più com’era andata la giornata. Se provavo a parlargli, sembrava infastidito dalla mia voce.
Una sera trovai sul suo cellulare un messaggio. Non lo stavo spiando, giuro. Il telefono vibrò sul tavolo mentre lui era sotto la doccia. Sullo schermo comparve un nome: Chiara.
“Mi manchi già. Stasera eri bellissimo.”
Mi si gelò lo stomaco.
Aspettai che uscisse dal bagno. Aveva i capelli bagnati e l’asciugamano sulle spalle. Gli mostrai il telefono senza urlare. Forse ero troppo sconvolta perfino per urlare.
«Chi è Chiara?»
Lui mi guardò per qualche secondo. Poi abbassò gli occhi.
«Non è come pensi.»
Quante volte l’ho sentita, questa frase. Una frase che non significa niente e distrugge tutto.
Chiara lavorava in un bar vicino all’officina. Lui disse che con lei si sentiva capito, che tra noi c’erano solo discussioni, che io ero sempre nervosa. Gli risposi che ero nervosa perché portavo avanti una casa, una figlia e un matrimonio da sola, mentre sua madre mi ricordava ogni giorno quanto fossi sbagliata.
Lui scoppiò: «Tu dai sempre la colpa a mia madre!»
«No, Davide. La colpa è tua. Lei parla, ma tu le hai lasciato spazio dentro di noi.»
Rita, quando seppe della separazione, non mi chiese come stavo. Mi disse soltanto: «Forse era inevitabile. Voi due eravate troppo diversi.»
Avrei voluto risponderle cento cose. Che suo figlio aveva tradito sua moglie. Che io non ero inferiore a nessuno. Che essere poveri non rende cattivi, e avere una casa grande non rende migliori.
Ma Sofia era lì, nel corridoio, con il suo zainetto rosa. Mi guardava senza capire perché il papà portasse via dei vestiti in una valigia.
Mi inginocchiai davanti a lei e le dissi: «Papà ti vuole bene. Solo che mamma e papà non riescono più a vivere nella stessa casa.»
Lei mi chiese: «Ho fatto qualcosa io?»
Quella domanda mi ha spezzata più del tradimento.
Oggi Sofia ha nove anni. Davide la vede a weekend alterni, quando non ha impegni. Io continuo a lavorare al supermercato e faccio i conti fino all’ultimo euro. Ci sono sere in cui mi sento svuotata, sì. Però poi la guardo fare i compiti al tavolo e penso che non voglio crescerla insegnandole a sopportare chi la fa sentire di troppo.
Per anni ho creduto di non essere abbastanza. Adesso so che non ero io a dover diventare diversa per meritare rispetto.
Secondo voi, un matrimonio può salvarsi quando uno dei due lascia che la propria famiglia decida chi vale e chi no? E quanto tempo ci vuole per smettere di sentirsi colpevoli di una fine che non abbiamo scelto da soli?