Ho cacciato mio cognato da casa mia e mia cognata non mi ha più rivolto la parola
«Non puoi buttarmi fuori così, Elena. Questa non è nemmeno solo casa tua.»
Enzo era in piedi nel corridoio, con una mano appoggiata al muro che avevo appena ridipinto. Indossava la mia vestaglia blu, quella che Marco mi aveva regalato per il compleanno. Sul tavolo della cucina c’erano due piatti sporchi, una lattina di birra aperta alle dieci del mattino e le briciole dei biscotti che tenevo per Tommaso e Giulia.
Lo guardai senza alzare la voce. Tremavo, ma non per paura.
«Hai ragione, Enzo. Non è solo casa mia. È anche dei miei figli. Ed è proprio per questo che stasera te ne vai.»
Tutto era iniziato quarantaquattro giorni prima. Una domenica sera di pioggia, di quelle in cui a Roma sembra che perfino i palazzi diventino più stanchi. Marco ricevette una telefonata da sua sorella Luisa mentre eravamo a tavola.
Lo vidi cambiare faccia. Si allontanò sul balcone, ma dalle porte socchiuse arrivavano comunque singhiozzi e parole spezzate.
Enzo, suo marito, aveva dovuto lasciare l’appartamento in affitto. Il proprietario voleva rientrare in casa, loro non erano riusciti a trovare subito un’altra sistemazione e avevano litigato. Pareva una situazione confusa. Luisa sarebbe andata per qualche giorno da una collega a Viterbo, mentre Enzo non sapeva dove dormire.
Marco rientrò in cucina e non mi chiese davvero nulla.
«Enzo resta qui una notte. Solo stanotte. Domani sistema tutto.»
Avevo appena finito il turno al supermercato, Giulia aveva la febbre e Tommaso doveva preparare una ricerca per scuola. Però annuii.
«Va bene. Una notte, Marco.»
Enzo arrivò con uno zaino nero e un borsone. Disse poco, mangiò due porzioni di lasagne e si addormentò sul divano con la televisione accesa. Mi fece anche tenerezza. Sembrava un uomo svuotato, uno di quelli che non sanno più dove mettere le mani.
Il giorno dopo, però, non cercò case, non chiamò agenzie, non parlò di soluzioni. Si alzò alle undici e mi domandò se c’era il caffè.
Non “posso farlo io?”. Non “ti serve una mano?”. Solo: «Elena, il caffè dov’è?»
Passò una settimana. Poi due.
Il suo borsone diventò una pila di vestiti sulla sedia della camera di Giulia. Le sue scarpe finivano davanti alla porta d’ingresso, il suo asciugamano umido restava sul termosifone, i suoi piatti comparivano ovunque. Aveva preso possesso del divano come se fosse una suite d’albergo.
Quando tornavo dal lavoro trovavo Enzo sdraiato, con il telefono in mano e il volume della partita alto. Io iniziavo il secondo turno: cena, lavatrici, compiti, docce, zaini per il giorno dopo.
Una sera gli chiesi con calma se avesse sentito qualche agenzia.
Lui fece spallucce senza staccare gli occhi dallo schermo.
«Con quello che chiedono adesso, Elena, dovrei rapinare una banca.»
«Lo capisco. Ma almeno devi cercare.»
Mi guardò come se gli avessi chiesto qualcosa di assurdo.
«Sto cercando. Non mi mettere pressione pure tu.»
Pure tu.
Quella frase mi rimase addosso per giorni.
Marco vedeva tutto. Vedeva il lavandino pieno, i bambini che si chiudevano in camera perché lo zio fumava sul balcone e l’odore entrava dalle finestre, vedeva me che mangiavo in piedi perché non c’era posto al tavolo. Ma ogni volta che provavo a parlarne, lui abbassava gli occhi.
«Abbi pazienza, Elena. Luisa sta già male. Se lo mandiamo via, si scatena un casino.»
«E io? Io come sto, Marco?»
Lui si massaggiava la fronte, esausto prima ancora di affrontare il discorso.
«Non voglio litigare con mia sorella.»
«Quindi è più facile litigare con me?»
Non rispondeva. E quel silenzio, piano piano, mi fece più male dell’arroganza di Enzo.
La goccia finale fu un mercoledì. Giulia aveva sette anni e quel giorno era tornata da scuola stranamente zitta. Le chiesi cosa avesse e scoppiò a piangere mentre le toglievo il giubbotto.
«Mamma, Enzo può andare via? Io non voglio più uscire dalla cameretta.»
Mi si gelò lo stomaco.
Mi raccontò che la sera prima aveva sentito Enzo e Marco discutere. Enzo aveva detto che in quella casa nessuno lo rispettava. Marco aveva risposto sottovoce, quasi chiedendo scusa. Giulia aveva pensato che fosse colpa sua perché aveva lasciato una matita sul tavolino.
Una bambina di sette anni chiedeva scusa per una matita, nella sua casa.
Quella sera aspettai che i bambini dormissero. Marco era seduto al tavolo, Enzo sul divano. Spensi la televisione. Enzo sbuffò.
«Oh, ma che fai?»
«Parlo.»
Marco mi guardò e capì subito. Forse per la prima volta capì davvero.
Dissi a Enzo che aveva tempo fino al mattino seguente per organizzarsi. Poteva chiamare Luisa, un amico, cercare una stanza, andare in albergo se necessario. Ma da casa nostra doveva uscire.
Lui rise, una risata breve e cattiva.
«Tu sei fuori di testa. Marco, dille qualcosa.»
Marco restò fermo. Aveva le mani chiuse una dentro l’altra. Poi disse: «Enzo, Elena ha ragione.»
Non dimenticherò mai la faccia di mio cognato. Non era dolore. Era indignazione. Quella di chi è abituato a ricevere e, quando gli chiudono il rubinetto, si sente tradito.
La mattina dopo Luisa arrivò furiosa. Non mi salutò nemmeno.
«Mio marito stava attraversando un momento terribile e tu l’hai trattato come un barbone.»
Avevo preparato una borsa con le sue cose. Pulita, piegata, perfino con i calzini appaiati. Una parte di me, assurda forse, continuava a voler dimostrare di non essere cattiva.
«Tuo marito non è un barbone, Luisa. È un adulto. E questa non è una pensione.»
Lei si mise a piangere e a gridare. Disse che non avevo cuore, che avevo messo Marco contro la sua famiglia, che prima o poi avrei capito cosa significa restare soli.
Marco non gridò. Le disse soltanto: «Elena è la mia famiglia. I bambini sono la mia famiglia. E io ho sbagliato a lasciarla sola.»
Luisa se ne andò con Enzo senza voltarsi. Da quel giorno non mi ha più scritto. A Natale ha mandato un regalo ai bambini tramite Marco, senza un biglietto per me.
Per qualche settimana mi sono sentita in colpa. Davvero. Ogni volta che sentivo parlare di affitti impossibili e stipendi che non bastano, pensavo a Enzo e mi chiedevo se avessi potuto resistere ancora un po’.
Poi una domenica Tommaso si è rimesso a giocare a pallone in salotto. Giulia ha lasciato i suoi pennarelli sul tavolo senza paura che qualcuno li buttasse via. Marco ha preparato il sugo e mi ha chiesto scusa, senza aggiungere scuse alle sue scuse.
Ho capito che aiutare qualcuno non vuol dire consegnargli la chiave della propria pace.
Voi avreste aspettato ancora, per non rompere con la famiglia? O ci sono momenti in cui dire basta è l’unico modo per salvare una casa?