Ho chiesto a mio figlio di lasciare casa mia: da quel giorno non mi chiama più
«Mamma, ma ti rendi conto di quello che stai facendo? Ci stai buttando in mezzo a una strada.»
Mio figlio Matteo era in piedi davanti al tavolo della cucina, con le mani appoggiate al legno che mio marito aveva carteggiato da solo venticinque anni fa. Aveva il viso rosso, la voce spezzata dalla rabbia. Accanto a lui, Elena teneva in braccio la piccola Ginevra, che mi guardava senza capire perché sua nonna stesse piangendo.
Io stringevo la tazza del caffè freddo tra le dita.
«Non vi sto buttando da nessuna parte», gli dissi piano. «Vi ho dato otto mesi. Otto. Avevamo detto tre.»
Matteo fece una risata corta, cattiva. «Certo. Per te è facile parlare. Hai la pensione, hai questa casa.»
Quella frase mi colpì più di tutte le altre. Perché quella casa non mi era caduta dal cielo. Era costata turni in lavanderia, schiene spezzate, rinunce. Era costata a mio marito Sergio anni di cantiere, le mani sempre screpolate e le domeniche passate a sistemare qualcosa invece di riposarsi.
Sergio era morto da quattro anni. E da allora quella casa era diventata il posto dove riuscivo a respirare.
Quando Matteo mi telefonò una sera di novembre, piangeva. Non lo sentivo piangere da quando aveva dodici anni e gli era morto il cane.
«Mamma, il proprietario vuole l’affitto arretrato. Elena ha perso il lavoro al negozio, io con le consegne guadagno poco. Ci hanno detto che dobbiamo liberare l’appartamento entro fine mese.»
Non ci pensai neanche un secondo.
«Venite qui», risposi. «La cameretta di Matteo è ancora libera. Io sistemo il divano letto nello studio. Finché non vi rimettete in piedi, state con me.»
Mi sembrava la cosa più naturale del mondo. Erano mio figlio, la sua compagna, la mia nipotina di tre anni. Quale madre avrebbe detto di no?
I primi giorni furono persino belli. Ginevra correva per il corridoio con le calze antiscivolo, apriva l’armadio dell’ingresso e si metteva i miei foulard in testa. La sera le leggevo le storie seduta sul letto, mentre Matteo mi diceva: «Vedrai, mamma, appena mi arriva un lavoro più stabile ce ne andiamo. Non voglio pesarti.»
Io gli accarezzavo i capelli, anche se aveva trentasette anni.
«Non sei un peso.»
Forse è stato quello il mio errore. Aver detto quella frase troppe volte.
Dopo un paio di mesi, Elena cominciò a spostare le cose. Prima furono i barattoli nella dispensa. Poi le mie pentole, quelle buone, finirono in alto perché, secondo lei, occupavano troppo spazio. Un pomeriggio tornai dalla spesa e trovai il mio servizio di piatti, regalo di nozze di mia madre, chiuso in uno scatolone in ripostiglio.
«Ho fatto ordine», mi disse senza nemmeno guardarmi. «Erano vecchi, comunque.»
Vecchi. Come se vecchio significasse inutile.
Poi arrivarono gli amici di Matteo. Due, tre sere a settimana. Birre sul tavolo, partite in televisione fino a tardi, sigarette fumate sul balcone nonostante sapessero che il fumo mi faceva venire la tosse. Una volta, alle undici e mezza, chiesi se potevano abbassare la voce.
Matteo si girò verso di me con un’espressione che non gli avevo mai visto.
«Mamma, non puoi controllare tutto. Non siamo in caserma.»
Non volevo controllare niente. Volevo dormire nel mio letto senza sentire estranei ridere in salotto.
Con il tempo iniziai a mangiare in cucina da sola, prima che loro apparecchiassero. Mi sentivo di troppo persino davanti al mio frigorifero. Elena comprava prodotti diversi e diceva a Matteo, abbastanza forte perché io sentissi: «Tua madre prende sempre le cose più economiche, poi Ginevra non mangia niente.»
Io facevo finta di non sentire. Per amore di mia nipote. Per paura di creare problemi.
Ma i problemi c’erano già.
La goccia fu una domenica mattina. Mi ero svegliata con un forte dolore al ginocchio e avevo chiesto a Matteo di accompagnarmi al pronto soccorso. Avevo il medico di base chiuso, non riuscivo quasi a scendere le scale.
Lui stava infilando la giacca.
«Non posso, mamma. Avevo promesso a Elena che portavo Ginevra al parco. Ci vai con l’autobus, no?»
Lo guardai. Avevo mio figlio davanti, ma mi sembrava un uomo sconosciuto.
«Con il ginocchio così?»
Elena sbuffò dal corridoio. «Mamma mia, Matteo, tua madre fa sempre queste sceneggiate quando abbiamo un programma.»
Non urlai. Non dissi nulla. Mi sedetti e aspettai che se ne andassero.
Al pronto soccorso ci andai in taxi. Avevo una forte infiammazione e mi prescrissero riposo. Tornai a casa nel tardo pomeriggio, stanca e umiliata, e trovai il bagno allagato. Ginevra aveva giocato con l’acqua, può capitare. Ma Elena mi guardò e disse soltanto: «Già che sei qui, asciuga tu. Io devo farle il bagnetto.»
In quel momento sentii qualcosa rompersi dentro di me. Non un’esplosione. Più una porta che si chiude piano, ma per sempre.
Due giorni dopo chiamai Matteo ed Elena in cucina. Ginevra era dalla vicina, la signora Rosaria, che ogni tanto me la teneva per affetto.
«Dovete cercare un’altra sistemazione», dissi.
Elena mi fissò come se avessi pronunciato una bestemmia.
«Ma stai scherzando?»
«No. Vi aiuto con la caparra, per quanto posso. Ma entro un mese questa casa deve tornare mia.»
Matteo non parlò subito. Guardava il tavolo, lo stesso tavolo di suo padre. Poi alzò gli occhi.
«Quindi preferisci stare sola piuttosto che aiutare tuo figlio?»
Mi tremavano le mani, ma risposi: «Preferisco non sparire nella mia stessa casa.»
Lui se ne andò sbattendo la porta. Per settimane mi parlò solo per messaggi brevi: “Passo a prendere le cose.” “Serve questo.” “Ginevra dorme.” Nessun “come stai”, nessuna domanda sul ginocchio.
Alla fine trovarono un piccolo appartamento in affitto a San Donato, grazie anche a un prestito che feci io, perché non riuscivo a lasciare mia nipote senza un tetto. Il giorno del trasloco Matteo caricò scatoloni senza guardarmi. Elena salutò appena.
Ginevra mi abbracciò forte alle gambe.
«Nonna, vieni anche tu?»
Ho sorriso, ma mi si è spezzato il cuore.
«La nonna resta qui, amore. Ma tu puoi venire quando vuoi.»
Da allora sono passati sei mesi. Vedo Ginevra poco, quasi sempre quando Matteo deve lavorare. Lui non mi chiama. Se provo a telefonargli, spesso non risponde. So che con gli altri dice che l’ho tradito nel momento del bisogno.
E forse, certe notti, mi chiedo davvero se avrei dovuto resistere ancora. Poi entro in cucina, apro la finestra, sento il silenzio della mia casa e mi ricordo di quanto ero diventata piccola tra quelle mura.
Una madre deve sacrificarsi fino a non riconoscersi più, solo per non sentirsi chiamare egoista? E voi, al mio posto, avreste fatto una scelta diversa?