Mi sono imbattuta in un’amica al supermercato: mi sono chiesta cosa fosse rimasto di noi

«Ma dai, sei tu davvero?», la voce di Laura mi colpisce come uno schiaffo improvviso mentre mi chino tra le zucchine avvizzite del reparto ortofrutta. Alzo la testa di scatto, il cuore che sobbalza come sempre quando qualcuno mi chiama inaspettatamente. Laura. Tre anni di risate, segreti e caffè mentre ci confidavamo le cose più intime – e sei mesi di silenzio, come se il tempo si fosse improvvisamente fermato e noi fossimo state congelate su due lati opposti della stessa città di provincia.

Mi sforzo di sorridere, la mascherina abbassata sul mento come nonna Teresa mi rimprovera sempre, e non riesco a trattenere del tutto il tremolio nella voce: «Laura! È da una vita che non ci vediamo, dove sei finita?»

Lei ride, un riso un po’ troppo alto, indaffarata mentre mette nella borsa tre avocado, con una sicurezza che fa quasi rabbia. «Che vuoi, il lavoro, la casa… Non ho un attimo per me, è tutto così incasinato. Ma tu?», chiede solo per educazione, senza guardarmi negli occhi, già presa a ravvivarsi i capelli, sempre perfetti.

Mi accorgo che qualcosa è cambiato tra di noi ben prima che inizi realmente a parlare. Inizi a sentire quando qualcosa stride, come quando provi a mettere insieme due fili rotti con il nastro adesivo. «Io? Eh… solita vita. Il lavoro a scuola, mamma che comincia ad avere problemi di memoria, ci provo a tenere tutto insieme».

Laura ride di nuovo, stavolta in modo più nervoso. «Tu sempre così altruista, sempre così seria. Io invece non riesco più a stare dietro a tutto! Guarda – oggi ho litigato con Matteo perché ha portato a casa la pasta sbagliata. Io mi faccio in quattro per tutti e lui mi guarda come se fossi un peso». Mentre parla la sua voce sale, come se il supermercato fosse il suo palcoscenico, e io una spettatrice passiva.

Poi, senza soluzione di continuità, mi racconta tutto della sua nuova promozione, delle riunioni con clienti esigenti, di come la madre di Matteo la guarda storto quando la domenica non cucina la lasagna. Parla dei suoi due bambini, della scuola privata che non si possono più permettere, di debiti e sogni lasciati in pausa, come un vecchio film in bianco e nero.

Mentre la osservo, mi viene in mente quando, davanti a una cioccolata calda nella piazza gelida del paese, mi raccontava con gli occhi lucidi che temeva di non essere mai abbastanza per nessuno. O quando ridevamo da adolescenti nascondendo le nostre insicurezze sotto maglioni extralarge e jeans strappati. Mi manca quella Laura, e mi chiedo se le manco anch’io.

«Mi ascolti?», lei scatta mentre interrompo per sbaglio il suo monologo perché inciampo con il carrello su una cassa d’arance. «Certo che ti ascolto…» mugugno, ma la mia voce si spegne.

«Ah, scusa – non volevo sembrare egocentrica», ridacchia e abbassa per un secondo lo sguardo, ma poi riprende subito: «Tu invece, niente di nuovo? Dai, ci sarà qualcosa, una storia divertente, un gossip…». Insiste, ma so che non ascolterà davvero.

E allora la provo a sorprendere: le racconto velocemente dell’ultima crisi di mia madre che ha chiamato mio fratello in lacrime perché non ricordava più dove fossero le chiavi di casa. Di mio padre che mi guarda mentre lavo i piatti e ripete sempre: «Non ti affaticare, tesoro». Di una sera in cui ho pianto sulla mia vecchia maglietta del Liceo mentre fuori diluviava. Racconto tutto d’un fiato, ma so che le mie parole si perdono, come il rumore di fondo tra i carrelli che sbattono.

Mi accorgo che Laura ormai sta guardando il telefonino, annuisce a caso e ogni tanto lancia uno sguardo verso le casse, forse in cerca di una via d’uscita. Mi sento invisibile, come quando a pranzo, tra i miei genitori, si parla solo di bollette e visite mediche mentre io affondo il cucchiaio nella minestra.

«Che dici, ci sentiamo per un caffè magari la prossima settimana?», le chiedo, ma nella mia voce c’è un’ombra di speranza ormai spenta.

«Sì, sì, ti scrivo io. Guarda, è un periodo impossibile… ma ci tengo!». Il sorriso tirato, il tipico gesto con la mano, quel segnale che tante volte avevo già visto quando qualcuno voleva terminare una conversazione troppo lunga.

Lei si allontana, le buste della spesa pendono dalle sue braccia, e la vedo perdersi tra gli scaffali come un ricordo troppo pesante da reggere. Mi sento improvvisamente più sola, come quando da bambina tornavo a casa e trovavo la cucina vuota.

Prendo fiato, mi stringo nel mio giaccone troppo grande e metto via le zucchine. C’è un’anziana che mi urta col carrello e mi chiede se la aiuto a prendere un sacchetto di mandarini. La aiuto, forse più per sentirmi utile che per vera gentilezza. Poi mi avvio verso la cassa tra la confusione del sabato.

Nel tragitto penso a tutte le volte che Laura mi ha detto “Adesso non posso”, “Ho altro da fare”, “Sarò più presente, lo prometto”. Ripenso anche a quando ero io a rimandare, presa dal lavoro o dai problemi familiari. In Italia la vita si incastra tra mille doveri: i genitori anziani, i figli già grandi, il lavoro che non si può mollare, i parenti che giudicano, i vicini che spettegolano.

Mentre la cassiera bippa i miei pochi acquisti e mi guarda senza interesse, mi lascio invadere dalla nostalgia per quelle amicizie che non resistono al tempo, travolte dalla fatica quotidiana. Esco dal supermercato e respiro l’aria fredda, immersa tra le auto in doppia fila e i ragazzi che fumano davanti all’ingresso. Accendo il telefono, nessun messaggio di Laura.

Camminando, mi rendo conto che molte cose cambiano e molte restano uguali: la solitudine di certi pomeriggi, il bisogno di sentirsi ascoltati, il peso delle aspettative che mettiamo sugli altri. Mi torna in mente l’ultima volta che io e Laura abbiamo davvero parlato, in quel piccolo bar fuori Roma, sotto la pioggia. Lei piangeva, io l’ascoltavo e avevamo la sensazione che il futuro fosse da inventare insieme. Dove siamo finite?

Arrivata a casa, ascolto il silenzio della cucina di mamma, l’odore di caffè rimasto nell’aria. Guardo una foto vecchia: io e Laura abbracciate, gli occhi accesi di speranza, i capelli in disordine e nessun filtro sulle nostre imperfezioni. Sorrido con amarezza, chiedendomi se sia colpa del tempo, della vita, o solo della nostra incapacità di fare davvero spazio all’altro.

Chiudo gli occhi e mi domando: siamo tutti diventati così, presi solo da noi stessi? O forse l’amicizia vera resiste, se entrambe le parti hanno il coraggio di provarci ancora? Forse sono io, forse è lei – o forse siamo tutti, incapaci di ascoltare davvero.

Cosa pensate voi? Quanti di voi si sono sentiti messi da parte da chi credevano amico? Vi va di raccontarmi la vostra storia?